"lo ga copà i s'ciavi e lo ga butà in foiba", era la vulgata che sulla tragica fine di don Bonifacio circolava a Trieste nel corso del processo di canonizzazione. Così ha ricordato ieri a Capodistria Mario Ravalico, biografo del beato istriano. Delle due affermazioni, la prima può essere ormai smentita: dei responsabili della barbara uccisione del sacerdote, avvenuta nel settembre del 1946, giusto ottant'anni fa, tra Grisignana e Crassiza, si conoscono nomi e cognomi, ed erano tutti italiani (tranne uno) e del Buiese. Mentre - ha spiegato - restano tuttora un enigma il luogo esatto dell'esecuzione e quello in cui è stato nascosto il suo corpo. Scarse e contraddittorie le testimonianze, e molte ancora le reticenze, senza esito le ispezioni condotte in anni recenti nella foiba dei Martinesi come anche gli scavi svolti dalle autorità croate - con cui Ravalico ha in più occasioni collaborato - nel piccolo cimitero di San Vito.
Ma perché quel giovane curato di campagna, nato a Pirano nel 1912 e che a Capodistria aveva compiuto la sua formazione, frequentando il Seminario minore e il Ginnasio-liceo Carlo Combi, dava tanto fastidio al regime comunista che allora si stava instaurando?, ha chiesto Kristjan Knez, che con Ravalico ha dialogato a Palazzo Gravisi: perché sapeva entrare nel cuore della gente e aveva un grande ascendente sui giovani, la risposta dell'autore. Parlando del suo nuovo libro, "Francesco Bonifacio. Vita e martirio di un uomo di Dio", con prefazione di mons. Enrico Trevisi, vescovo di Trieste, e introduzione dello storico Roberto Spazzali, Mario Ravalico ha richiamato il clima di persecuzione religiosa di quegli anni. Nelle sole diocesi di Trieste-Capodistria (allora unite) e di Parenzo-Pola furono venti i religiosi uccisi fino al 1949, tra preti, frati e seminaristi, alcuni vittime dei nazisti, i più, dei partigiani comunisti jugoslavi. Eventi a cui, ha detto, occorre guardare oggi con animo riconciliato. Nel nome del beato Bonifacio, all'interno dell'Azione cattolica triestina di cui Ravalico, esule piranese, è stato anche presidente, è nato un Sentiero, che attraversa tre Stati, da Trieste a Cittanova, e unisce tre popoli: ed è questo, ha affermato, l'obiettivo finale.
In sala autorità, il parroco del duomo di Capodistria Primož Krečič, il nipote di don Bonifacio, Gianfranco. Preposti all'organizzazione dell'evento, il Centro Carlo Combi di Capodistria e la Società di studi storici e geografici di Pirano, insieme alle due CAN (capodistriana e piranese) e alla Comunità degli italiani Santorio Santorio.
