La sua prima opera tradotta dallo sloveno fu, nel 1981, "Tantadruj" di Ciril Kosmač: la resa del titolo, "Stostollà", non convinse tutti ma è una scelta che ancora difende. Subito dopo un altro piccolo classico, "Martin Krpan" di Fran Levstik, a quattro mani con il triestino Alojz Rebula. Ad oggi sono una cinquantina le traduzioni firmate da Patrizia Raveggi, per la massima parte di autori e autrici sloveni contemporanei, specialmente di narrativa, ma anche di poesia e letteratura per l'infanzia, fra gli altri tutto Goran Vojnović o quel giallista di successo che è Tadej Golob, fino a Marko Kravos e a Vitomil Zupan.
E il loro numero non può non sorprendere, visto lo iato lungo trent'anni: perché dopo il periodo lubianese, lettrice ministeriale di italiano all'Università, e sloveno imparato - è lei stessa a raccontarlo - per una questione di sopravvivenza, Patrizia Raveggi, nata a Siena e laureata alla Normale di Pisa, ha condotto vita nomade, viaggiando in vari Paesi come direttrice di Istituti italiani di cultura (compreso quello di Zagabria) e come consigliere culturale presso diverse ambasciate italiane. In fondo il ruolo svolto dagli Istitituti italiani all'estero non è poi tanto diverso dalla traduzione, che significa creare un ponte fra due mondi, quello della lingua d'origine e quello della lingua di arrivo, ha spiegato ieri a Capodistria piacevolmente dialogando con la slavista Jasna Čebron, animatrice degli incontri sulla traduzione letteraria che si svolgono a Palazzo Pretorio. Poi, il ritorno in Europa e il legame ritrovato con la Slovenia, dove qualcuno le ha regalato il romanzo "Čefurji Raus", fulminante esordio letterario di Goran Vojnović: con la sua lingua ibrida è la traduzione che su tutte ha impegnato di più Patrizia Raveggi. Con lo scrittore e regista sloveno, ci dice, ha anche un forte rapporto affettivo: "Qualunque cosa scriva, sono pronta a tradurla. Non tollererei che nessun altro gli desse voce".
All'impegno nella traduzione Patrizia Raveggi affianca anche un'importante opera di promozione dei "suoi" autori e della letteratura slovena in generale, che in Italia (a parte nomi come Slavoj Žižek e Boris Pahor) appena ci si allontana dal Friuli Venezia Giulia, spiega ancora, è poco conosciuta. "È una grande letteratura, ha dei grandi personaggi, che al momento però solo gli addetti ai lavori conoscono, e pochi altri".
