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Nelle elezioni politiche olandesi si arresta l'ascesa del Partito per la libertà (Pvv) di Geert Wilders, che scende a 26 seggi, perdendone undici rispetto alla scorsa legislatura. I liberali progressisti del D66 ottengono lo stesso numero di seggi ma superano di poco il Pvv nei voti, mentre i liberali conservatori del Vvd si fermano a 22. L'alleanza tra Laburisti e Verdi guidata da Frans Timmermans ottiene 20 seggi, e i cristiano-democratici del Cda crescono fino a 18. Dopo il risultato deludente, Timmermans ha annunciato le proprie dimissioni da leader. Il voto conferma le previsioni dei sondaggi, che già indicavano un panorama politico molto frammentato e nessun chiaro vincitore. Per Wilders si tratta di una sconfitta pesante anche sul piano politico, poiché la maggior parte dei partiti ha escluso di poter tornare a governare con lui a causa di una linea migratoria ultra-restrittiva. La caduta del suo precedente governo, avvenuta a giugno appunto per le tensioni sulle politiche migratorie, ha probabilmente pesato sulla sua credibilità. E l'immigrazione e la carenza di alloggi sono stati i temi centrali della campagna elettorale segnata da toni accesi e promesse contrastanti. Wilders ha riconosciuto la delusione per l'esito del voto, pur non escludendo un ruolo nei futuri colloqui per la formazione del governo. In netto contrasto con Wilders, il leader del D66, Rob Jetten, 38 anni, ha proposto un'Olanda più europeista, aperta e orientata al dialogo. Forte del risultato, Jetten potrebbe diventare il più giovane premier nella storia olandese, ma la formazione di una maggioranza resta complessa: un'alleanza tra D66, Vvd, Laburisti-Verdi e Cda avrebbe i numeri, ma risulta politicamente fragile. Come tradizione nei Paesi Bassi, i negoziati per la nascita del nuovo governo si preannunciano lunghi e difficili, in un Paese che nel 2023 impiegò oltre 220 giorni per arrivare a un accordo.


Corrado Cimador