
Sono ancora molte le donne che vedono limitata la possibilità di scelta sul proprio corpo in caso di gravidanza, trovandosi costrette a spostarsi in altre regioni o addirittura a cambiare Stato per abortire in sicurezza a causa di gravi difficoltà burocratiche o per l'elevato numero di medici obiettori di coscienza. Questa è la preoccupante realtà delineata dal nuovo rapporto di Amnesty International sulla disponibilità dell'aborto nel continente europeo. L'organizzazione sottolinea che, nonostante i progressi ottenuti, persistono "numerose barriere sociali e pratiche" che compromettono l'accesso alle cure. Una serie di difficolta aggravate dalla crescente influenza di gruppi anti-diritti umani, che, beneficiando di un solido supporto economico, si adoperano per manipolare leggi e politiche, spesso attraverso la disinformazione. L'esperta in materia, Monica Costa Riba, ha lanciato l'allarme sul rischio concreto che una deriva di politiche regressive possa vanificare le conquiste finora ottenute; la relazione analizza la situazione in circa 40 nazioni, segnalando che in oltre dieci Paesi, tra cui Germania e Austria i costi sono proibitivi quando non coperti dal sistema sanitario, mentre in Italia e Croazia l'alto tasso di obiezione di coscienza da parte dei medici, per motivi personali o etico-religiosi, provoca ritardi o nega del tutto l'accesso al servizio. In Slovenia, il diritto è costituzionalmente garantito fino alla decima settimana.

La denuncia giunge in una fase cruciale, subito dopo che la commissione parlamentare competente ha appoggiato l'iniziativa popolare "My voice my choice - La mia voce, la mia scelta" sottoscritta da un milione e 200 mila cittadini che mira a garantire l'aborto sicuro e accessibile nell'Unione. La risoluzione, già ritenuta una "prima vittoria", attende ora il voto definitivo a Strasburgo, benché la Commissione Europea abbia vincolato ogni sostegno finanziario al rispetto dei Trattati e all'esclusione di interferenze nelle prerogative sanitarie nazionali.
Alessia Mitar