
Decreto sicurezza ma non solo: il corso di formazione organizzato a Trieste dal Sindacato Autonomo di Polizia è stato l’occasione per affrontare anche il tema del nuovo decreto sicurezza, che introduce, accanto a una serie di inasprimenti di pene e nuovi reati, anche novità per gli uomini delle forze dell’ordine, come un fondo per l’assistenza legale degli agenti, l’interruzione dell’automatismo dell’iscrizione nel registro degli indagati nel caso dell’uso della forza, e la possibilità di detenere un’altra arma anche senza avere un porto d’armi.
Per fare il punto su queste materie è giunto a Trieste il segretario generale del Sap, Stefano Paoloni, che ha sottolineato come molti temi posti in passato dal sindacato siano stati inseriti nel decreto, accanto ad altri provvedimenti, come l’uso delle body cam, che stanno per diventare realtà. Fondamentale però, ha detto, è che la popolazione capisca che le forze di Polizia, al di là dei casi di cronaca su cui si dibatte sui giornali, lavorano per la sicurezza di tutti.
Per anni la Polizia è stata criminalizzata, c'è stato un percorso di delegittimazione, ma mi sembra che il dibattito riconosca come questa minore autorevolezza, che si è sviluppata nei riguardi degli operatori, stia creando una serie di difficoltà non indifferenti, portando a volte anche a momenti di criticità nel contenere determinati fenomeni criminali”.
“C’è stata un po' un'involuzione in questo dibattito – spiega - perché per anni la Polizia è stata criminalizzata. Spesso venivano colti solo alcuni momenti, solo alcuni frame, che facevano pensare ci fosse stato un eccessivo uso della forza, e questo ha portato anche a una delegittimazione nei riguardi di chi veste una divisa. Pensiamo al fatto che circa 15 anni fa l'oltraggio era stato depenalizzato: contro chi offendeva non un agente, ma la funzione che l’agente stava svolgendo in quel momento, ci si poteva tutelare solo autonomamente, querelando, ma non c’era più una difesa da parte dello Stato. È stato un percorso di delegittimazione, ma mi sembra che il dibattito riconosca come questa minore autorevolezza, che si è sviluppata nei riguardi degli operatori, stia creando una serie di difficoltà non indifferenti, portando a volte anche a momenti di criticità nel contenere determinati fenomeni criminali”.

“In quest'ultimo anno – ha aggiunto - sono stati emanati due decreti sicurezza che recepiscono molte di quelle che erano nostre rivendicazioni sindacali, cominciando dalle bodycam, che sono uno strumento che dà trasparenza al nostro agire, perché tutti possono verificare quanto accaduto. Non posso non dire che non ci sia attenzione al nostro mondo in questo momento. Rimane il problema degli organici, che è un problema che viene da lontano, perché si scontra con la spending review che ha bloccato il turnover. Oggi abbiamo un numero di pensionamenti particolarmente elevato e le nostre scuole non hanno la capacità di colmare il gap, che è importante: rispetto all'organico stabilito dalla legge Madia, che fu stabilito a 106.000, oggi ci mancano circa 9/10.000 operatori, più o meno 100 uomini a provincia in media. Cifre che hanno un impatto veramente importante sulla sicurezza, quindi è un problema concreto e oggettivo, che stiamo cercando di affrontare in questo momento nelle scuole, nei nostri istituti d’istruzione, come quello che è presente qui a Trieste. Attualmente stiamo addestrando 3100 agenti che entreranno in servizio a luglio”.
Paoloni ha anche sottolineato come la situazione stia cambiando in Italia e non in modo positivo. Fra il 2024 e il 2025, ha detto, ci sono stati il 127 per cento in più di feriti fra gli agenti nelle piazze, e i manifestanti sono sempre più organizzati, spesso anche violenti.

L’incontro era dedicato in particolare al tema della seconda arma: il decreto sicurezza consente infatti agli agenti delle forze dell’ordine di possedere una seconda arma personale, accanto a quella di servizio, anche senza avere il porto d’armi (che, paradossalmente, non è necessario per un agente di Polizia per utilizzare le armi di servizio). Questa, ha detto il segretario regionale del SAP Lorenzo Tamaro, “è una delle battaglie storiche del Sindacato, che sono state recepite nei decreti sicurezza, accanto a quella per le bodycam: nel 2013 avevamo presentato proprio in questa regione le Spy Pen, un confronto che è andato avanti nel corso degli anni e che si è concretizzato proprio in questi decreti sicurezza. I decreti sicuramente sono ancora migliorabili, ma l'importante è cominciare a fissare dei paletti su alcuni temi”.
Fra questi c’è quello della tutela degli agenti (il termine “scudo penale” non viene ritenuto corretto dal sindacato), e dell’interruzione del meccanismo automatico che porta all’iscrizione nel registro degli indagati nel caso dell’uso della forza.
Troppe volte accadeva che in un intervento di polizia l'operatore venisse subito indagato, come atto dovuto: un meccanismo che causa problemi ai colleghi non solo a livello giudiziario ma anche a livello disciplinare, perché, a differenza di un cittadino, un operatore delle forze dell'ordine, se viene inquisito, si vede bloccare anche la progressione di carriera".
“Troppe volte – ha spiegato Tamaro - accadeva che in un intervento di polizia l'operatore venisse subito indagato, come atto dovuto: un meccanismo che causa problemi ai colleghi non solo a livello giudiziario ma anche a livello disciplinare, perché, a differenza di un cittadino, un poliziotto, un operatore delle forze dell'ordine, se viene inquisito si vede bloccare anche la progressione di carriera. L’iscrizione in un registro a parte, con la possibilità del pubblico ministero di procedere e iscrivere gli agenti nel registro degli indagati se rileva delle irregolarità, è un passo in avanti, così come la previsione di una copertura delle spese legali affrontate dagli agenti pari a 10.000 euro per ogni fase di giudizio, che tutela i nostri operatori, fino ad oggi costretti ad affrontare eventuali cause con le proprie risorse”.
Nel corso dei lavori sono giunti in sala anche il questore di Trieste, Lilia Fredella, e il presidente della Regione Massimiliano Fedriga, che ha ribadito come sia “fondamentale ricordare all’opinione pubblica lo sforzo e il sacrificio che le forze dell’ordine fanno. Ci troviamo – ha aggiunto, assicurando il supporto finanziario della Regione - di fronte a tempi incerti, e purtroppo il cambiamento non è positivo. Non abbiamo saputo imparare la lezione da altre aree europee in cui fenomeni come le baby gang erano già diffusi”.
Fedriga ha anche sottolineato come “la repressione serva anche alla prevenzione: se le conseguenze a comportamenti sbagliati, per non dire criminali, non esistono, quale tipo di educazione riusciremo a dare alle giovani generazioni? Fondamentale però è che ci sia una connessione fra i vari attori che si occupano di sicurezza, senza preclusioni ideologiche che vanifichino quanto fa il legislatore”.
Alessandro Martegani