Il vicepresidente del Difensore Civico, Jože Ruparčič,nel suo intervento ha sottolineato come le Giornate della Salute Mentale rappresentino uno spazio di confronto sulle difficoltà che bambini e giovani incontrano nella pratica quotidiana.
“Parliamo di storie reali: di bambini che attendono troppo a lungo una presa in carico, di genitori disorientati, di insegnanti che vorrebbero aiutare ma non hanno il sostegno necessario, e di professionisti che, sovraccarichi, non riescono ad intervenire tempestivamente”, ha spiegato. Ha inoltre evidenziato la lentezza del sistema, l’aumento della violenza tra pari, gli episodi di autolesionismo e l’importanza della relazione:
“La salute mentale nasce dalla relazione, non da un protocollo o da un modulo. I bambini hanno bisogno di qualcuno che li ascolti e di un processo che possano comprendere”. Secondo Ruparčič, è fondamentale garantire maggiore coordinamento, meno burocrazia e un ambiente sicuro, empatico e accogliente. “Si valutano le azioni, non la personalità del bambino”, ha aggiunto.
Ha preso la parola anche la Presidente della Repubblica Nataša Pirc Musar, che ha richiamato l’attenzione sui dati allarmanti di una recente ricerca della Facoltà di Scienze Sociali su giovani tra i 16 e i 24 anni. Oltre un terzo dei giovani vive una forte sofferenza psicologica, il 15 per cento ha una diagnosi ufficiale di disturbo mentale, un quinto ha pensato al suicidio e uno su dieci affronta solitudine o consumo rischioso di alcole droghe.

“Le cifre sono sconvolgenti", ha dichiarato, aggiungendo che le esperienze precoci influenzano profondamente lo sviluppo dei giovani. Ha inoltre menzionato le pressioni scolastiche, la violenza tra coetanei, l’incertezza generata dai conflitti nel mondo e il sovraccarico digitale.
“La salute mentale dei giovani è una delle mie priorità. La scuola deve essere non solo uno spazio di apprendimento, ma anche un luogo di sostegno”, ha affermato. Ha quindi auspicato una maggiore alfabetizzazione emotiva, più conoscenze sui rischi delle nuove tecnologie e un rafforzamento dei rapporti e del supporto psicosociale nel sistema educativo.
“Sapete, se non ci sveglieremo davanti a dati come quello secondo cui il 15% dei giovani tra i 15 e i 24 anni pensa al suicidio, allora davvero non so quale altro allarme dovrebbe risuonare nelle nostre teste. Da molti anni seguo le insidie dei social media, di internet e delle tecnologie digitali, e – come ho detto oggi – ci vuole troppo tempo perché la politica riconosca il problema e cambi le politiche educative in modo che siano adeguate ai tempi moderni. Purtroppo, siamo in ritardo.
Tutti insieme dobbiamo fare di più, ma ciò che ascoltiamo oggi qui è soprattutto un lavoro di spegnimento degli incendi. Dobbiamo impegnarci a prevenire la scintilla prima che divampi il fuoco. Abbiamo molti esperti di altissimo livello – la domanda è se li ascoltiamo abbastanza.
Mi sembra inoltre estremamente importante parlare di più con i giovani, perché proprio loro saprebbero indicarci nel modo più concreto che cosa potrebbe davvero aiutarli. Il mio consiglio è: nulla sui giovani senza i giovani. Ascoltiamo gli esperti e la politica sia più rapida di quanto lo sia stata nei primi trent’anni dopo l’indipendenza della Slovenia”.
Dionizij Botter